Discorso Walter Kaswalder, Presidente Consiglio provinciale di Trento, Festa dell’Autonomia 5 settembre 2020

C’è una precondizione che deve essere soddisfatta, se davvero si vuole ragionare – e coltivare legittime aspettative – di ulteriore sviluppo, di progressione dinamica della nostra specialissima autonomia. Si tratta di un requisito culturale, cui è sempre stata prestata un’attenzione ridotta, di certo non sufficiente alla sfida. 

Mi riferisco alla necessità che i trentini siano più consapevoli dell’autonomia speciale della loro Provincia, ne conoscano le radici storiche, ma anche le potenzialità attuali, abbiano nozione della sua proiezione transfrontaliera – che appare ancora in piena e interessante evoluzione. Che sappiano, ancora, come si può rapportare il Trentino alla più generale istanza regionalista che soffia forte nel nostro Paese. 

Senza una diffusa base di conoscenza – almeno delle principali caratteristiche dell’autonomia – è illusorio immaginare che il nostro tessuto sociale possa avere in sé gli anticorpi per riconoscere e contrastare le derive del centralismo, ma anche della rinuncia all’impegno civile e diretto dei cittadini, alla responsabilità e all’impegno personali. 

La stessa Consulta per lo Statuto speciale di autonomia – con il suo lungo e approfondito lavoro, conclusosi nel 2018 – aveva registrato questo bisogno. Il suo documento conclusivo ipotizza e auspica che si possa in futuro dotare di un preambolo la carta statutaria, che attualmente ne è priva. Questo preambolo potrebbe affermare che il sistema autonomistico è finalizzato “al conseguimento – così è stato scritto – di traguardi di progresso e di crescita umana e sociale, a beneficio delle rispettive comunità e dell’intera Repubblica italiana”. Politologi e sociologi – potrei citare il professor Paolo Pombeni – hanno avvertito che il Trentino potrà essere ancora autonomo se saprà offrirsi al Paese come centro di alta elaborazione politica e culturale, come luogo di sperimentazione avanzata dei modelli di autogoverno. 

Se tutto questo è vero e concreto, allora è fondamentale consolidare le fondamenta dell’edificio, non darle per scontate. Questa Presidenza ha voluto esprimere un primo sforzo concreto nella direzione di una crescita dal basso di questa consapevolezza dei trentini. 

L’ha fatto ri-progettando un’attività meritoriamente in atto dal 1991, quella degli incontri tra l’istituzione consiliare e gruppi di cittadini, con il mondo della scuola in particolare. Si tratta di un flusso di persone importante, diverse migliaia ogni anno. 

Ebbene, l’idea è stata quella di costruire dei nuovi percorsi di visita al Consiglio provinciale, che si traducano più largamente in incontri ravvicinati con la democrazia rappresentativa e i suoi delicati meccanismi, con la storia del Trentino e quel filo conduttore che l’attraversa, così evidente nella pervicace e mai sopita tensione del suo popolo verso l’autogoverno e una sana applicazione del principio di sussidiarietà nell’azione amministrativa. 

Il Consiglio sta costruendo una rete con soggetti titolati a fare formazione all’autonomia, come la Fondazione Alcide Degasperi, la Scuola di preparazione sociale di Trento, l’Ufficio Europe Direct Trentino, il Museo storico del Trentino, il Forum trentino per la pace, le authority nominate presso il Consiglio provinciale per garantire la difesa civica, la tutela dei minorenni, la difesa dei diritti dei detenuti. Una piattaforma significativa, che ci consentirà di offrire un inedito ventaglio di approfondimenti tematici. E che si sta accompagnando, proprio in questi giorni, all’offerta di nuove opportunità formative agli stessi docenti più avvertiti e sensibili, sia prima che in vista degli incontri delle loro classi con il Consiglio provinciale. Si sta svolgendo – a questo mi riferisco – un apposito corso realizzato dall’istituto Iprase, frutto di una collaborazione tra Consiglio e Assessorato all’istruzione: i seminari sono seguiti da ben 115 insegnanti e proseguono fino alla fine di settembre. 

Si può fare altro? Si deve fare altro! Il riconosciuto ruolo super partes dell’assemblea legislativa – il suo valore aggiunto, che è quella di rappresentare ad ampio raggio la società da cui viene eletta – candida in qualche modo il Consiglio a soggetto ideale per l’assolvimento del compito di diffondere conoscenza e attaccamento all’autonomia. 

L’auspicio e l’impegno è che si possa alzare progressivamente l’asticella verso l’alto, attrezzando davvero le nuove generazioni di trentini a conoscere il valore dell’autonomia e ad amarne i migliori frutti. 

Il 5 settembre rappresenta, come è giusto e doveroso, la celebrazione delle radici, che sono assai profonde, del nostro sistema istituzionale. Il ricordo dell’accordo Degasperi – Gruber fa parte del nostro patrimonio tradizionale che va conservato con cura e amore. Ma, anche per rinsaldare questa memoria, ritengo che, senza distogliere lo sguardo dal passato, dobbiamo guardare avanti. Guardare molto lontano, oltre gli angusti orizzonti delle legislature, oltre le nostre vicende personali e le nostre ambizioni, oltre gli interessi elettorali delle culture politiche che rappresentiamo. Ma per fare questo dobbiamo rafforzare l’impegno educativo a tutti livelli. Perché l’autonomia o è crescita culturale e umana o non è; è sviluppo dello spirito di 

indipendenza o non è; è la capacità di far crescere nei nostri giovani e nel nostro popolo l’intraprendenza e l’orgoglio di fare da sé senza aspettarsi troppo dalla mano pubblica o non è. Un’autonomia, quindi, vista come un progetto di promozione umana, di crescita culturale e morale. Per questo l’ambizione del progetto educativo e culturale di cui ho parlato prima è grande. Certo, noi, nell’arco di tempo che ci è dato per esercitare la nostra responsabilità politica e amministrativa, possiamo solo gettare un seme, ma penso che tracciare una strada, percorrerla con umiltà e costanza sia una sfida piena di fascino. Voglio però sottolineare e rassicurare che ricostruire il senso dell’autonomia e promuovere tra le nuove generazioni una cultura autonomista non significa creare miti identitari o mettere in piedi scenografie effimere. Tutt’altro. Tradizione significa portare avanti ciò che è stato adattandolo ai tempi nuovi; significa consegnare alle nuove generazioni il testimone che a sua volta noi stessi abbiamo ricevuto dai nostri padri e dalle nostre madri. Testimone che nel tratto di strada che ci tocca subisce inevitabilmente cambiamenti nel bene e nel male perché, dal legno storto di cui è fatta l’umanità, nulla esce del tutto buono o del tutto cattivo. Ciò che importa è non perdere per strada questo testimone; evitare di lasciar sbiadire la tradizione fino a renderla irriconoscibile. Per farmi capire meglio vorrei farvi un esempio. Un bell’esempio. Molti di voi in piazza Pasi in questi giorni avranno notato gli affreschi che le mani sapienti dei restauratori hanno riconsegnato, dopo secoli, alla città di Trento. Dai vecchi intonaci e dalla patina del tempo è riemerso un patrimonio artistico e di storia che ci riempie di ammirazione e di orgoglio, ma che, al tempo stesso, ci spinge a riflettere sul fatto che siamo eredi di una tradizione tanto nobile e forte che ci obbliga a guardare al futuro con grande responsabilità. Per questo ritengo che il nostro compito istituzionale sia quello di far stare assieme tradizione e progresso, di alimentare queste due grandi forze con l’energia che viene dal tempo che ci sta alle spalle con quella della speranza nel futuro. Ma a quest’opera ci si deve accostare con umiltà e con saggezza. Parafrasando un grande Papa, facendo capire ai giovani che il mondo c’era anche prima di loro e a chi ha i capelli grigi che ci sarà un mondo anche dopo di loro.

Autore: medienfriz

Journalist

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